Hasti Rafiei
Nata a Tehran nel 1999.
Biennio di Fotografia Accademia di Belle Arti di Brera.

La fotografia paesaggistica vanta una storia ricca e antica che, nelle sue fasi iniziali, è stata profondamente influenzata dalla tradizione della pittura romantica. Con l’introduzione del concetto di «Sublime» da parte di filosofi come Immanuel Kant, è emersa una nuova prospettiva: un’esperienza in cui l’osservatore si trova sospeso tra la dualità dello stupore e della paura. In questo ambito, la natura non era rappresentata semplicemente come un soggetto, ma come una forza immensa che trascendeva la percezione umana.
Nel corso del tempo, tuttavia, questo sguardo celebrativo si è intrecciato con i concetti di potere. Come spiega Michel Foucault, l’atto di vedere, o “The Gaze”, non è mai neutro; è, di per sé, un esercizio di autorità e potere. Selezionando un’inquadratura e definendo i confini dello spazio all’interno dell’opera, il fotografo sembra “possedere” l’oggetto, domando il caos del mondo esterno attraverso l’ordine rettangolare della composizione.
Consapevole di questo contesto storico, in questo lavoro ho cercato di ridefinire tali concetti attraverso la lente della «fotografia oggettiva». Questo approccio richiede che il fotografo metta da parte ogni interpretazione personale e ogni intervento artistico per presentare un’immagine imparziale: una testimonianza documentaria solida. In questo lavoro, l’ampiezza panoramica dell’inquadratura e la lucida imparzialità dei dettagli non vengono impiegate per esaltare la grandiosità del paesaggio, ma per catturare la nuda realtà di un ambiente urbano.
Eppure, per me rimane una domanda fondamentale: il fotografo può davvero sfuggire al potere de lo “The Gaze” cercando rifugio dietro la lente dell’obiettività? Questa stessa ricerca della neutralità non è, di per sé, un’altra forma di esercizio del potere e del dominio sulla realtà? È proprio a questa soglia che il confine tra l’osservatore imparziale e il creatore dittatoriale si dissolve nella foschia del paesaggio.

